Articolo da Doctor Wine: Snob vs Coop

Vitivinicolo
20 settembre 2016

di Daniele Cernilli, 19.09.2016

"Una delle cose che proprio non riesco a capire e' la scarsissima considerazione che le cantine cooperative italiane ottengono presso la stampa specializzata, ma anche generalista. Tanto per capirci provo a darvi due numeri. Allo stato attuale il 58% della produzione italiana di vino e' nelle mani della cooperazione. Il che significa che degli strombazzati 49 milioni di ettolitri che produciamo, ben 28 sono prodotti da cantine sociali. Poi, se c'e' una ragione per la quale piccolissimi viticoltori, che possiedono anche solo duemila metri di vigna, un quinto di un ettaro, continuano a coltivarla e a produrre, questo accade perche' hanno lo sbocco commerciale della cooperazione. E da questo discende che se non esistessero le cantine cooperative una percentuale notevole di vigneti sarebbero spiantati, mutando economia e paesaggio di intere regioni.

 

Terzo, la grande diga contro i vitigni internazionali in Italia e' stata costituita per gran parte proprio dalle cantine sociali, che quasi ovunque hanno consigliato di puntare su vitigni locali e autoctoni, e di produrre vini tradizionali delle varie zone, utilizzando Doc e Docg in massima parte.

 

Quarto, non tutti hanno denari e talvolta voglia di spendere anche solo quindici euro per una bottiglia. La stragrande maggioranza dei consumatori acquista vini che costano dai tre ai sette euro sullo scaffale. Se un'offerta in quella fascia di prezzo dovesse scomparire o anche solo diminuire, il consumo crollerebbe, molti non berrebbero più vino dirottandosi su bevande alternative. Un disastro, insomma.

 

Mi venivano in mente queste considerazioni dopo avere assistito all'inizio della vendemmia alla Cevico di Lugo, un'enorme cantina cooperativa che ha oltre 3.700 soci conferitori che producono su 6.600 ettari di vigneto. Un'organizzazione straordinaria nella raccolta, nella vinificazione, nei protocolli per la produzione di uve di qualità. E una marea di etichette, che vanno dal brik al bag in box, fino a deliziose riserve di Sangiovese di Romagna che si collocano ai vertici della piramide qualitativa della zona, come quella della Masselina del 2013.

 

Nonostante questo e nonostante le mille ragioni per occuparsi, giornalisticamente e da critici di vino di fenomeni come questo, o come quello di Cavit, MezzaCorona o Lavis in Trentino, delle Kellereigenossenschaft dell'Alto Adige, di Due Palme in Puglia, di Settesoli in Sicilia, di Tollo e Citra in Abruzzo, di Moncaro nelle Marche, de La Delizia e della Cantina di Cormons in Friuli, di quelle di Soave e di Negrar in Veneto, e di Santadi, Gallura, Mogoro e del Vermentino in Sardegna, di Terre da Vino e dei Produttori di Barbaresco in Piemonte, delle Riunite in Emilia, tutto questo mondo, fatto in massima parte di piccoli viticoltori, e' quasi ignorato, come se non esistesse o non avesse un peso fondamentale, decisivo, nel comparto vitivinicolo nazionale.

 

O come se i consumatori "normali" non fossero interessati ad esso, cosa assolutamente non vera visto che ogni anno acquistano centinaia di milioni di bottiglie di "vini sociali". Col risultato di praticare, quasi tutti, uno snobismo davvero poco giustificabile. Uno dei tanti motivi per i quali il vino non e' più popolare come un tempo, e non il meno importante".






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